mercoledì 31 luglio 2019

Sinossi e breve biografia dell'autrice

“Storie nei castelli di Sardegna” è un viaggio ideale nell’isola del 1200, quando proprio i castelli costituivano le roccaforti che organizzavano la vita delle popolazioni nelle campagne circostanti proteggendole allo stesso tempo.

I castelli nel periodo dei quattro giudicati, di Torres, di Gallura, di Arborea e di Cagliari sono i luoghi dove Franca Carboni immagina storie dove le popolazioni convivono con miti positivi (le Janas) e negativi (le Panas).

Qui si svolgono storie d’amore, di fratellanza e solidarietà, ma anche efferati delitti, legati a doppio filo alla magia che pervade tanto le pietre che i fiumi di questa regione incantata.

È un invito alla conoscenza e alla scoperta dei paesaggi e delle coste, in un viaggio lento nella storia e negli incanti che la Sardegna da sempre custodisce.

Franca Carboni medico, neuropsichiatra e psicoanalista: nata a Orani nell’altro secolo, appassionata della Sardegna e della sua storia.

Il matrimonio



Sì, era proprio soddisfatto del Salt di Jurifai. Con questo sentimento non poteva che organizzare festeggiamenti sfarzosi per il matrimonio dei quattro giovani accontentando non solo loro, ma anche la moglie e cogliere così l’occasione di mostrare ai villici il suo potere e le sue ricchezze. Con Juanne andarono verso il Cedrino per controllare il ponte attraverso cui giungere alla villa di Onifai ed Irgoli. Dovevano anche rendersi conto della posizione della chiesa di Santu Miali per organizzare un adeguato controllo durante la celebrazione.

La mattina delle nozze, all’alba, furono bardati i cavalli che dovevano condurre Juanne e Bustianu che, al ritorno dopo la celebrazione, avrebbero riportato a casa anche le spose. Per le donne ed Ubaldo fu abbellito il carro più bello del circondario ed un carrulante di fiducia preparò i maestosi buoi che dovevano condurlo. Tutti si vestirono in modo solenne sfoggiando costumi e pizzi intrecciati a mano, mentre i cavalieri indossavano corpetti di pelle morbida, ed agganciavano le armi alla cintole di cuoio stampate con il fuoco.

Elena indossava un abito regale che mostrava la nobiltà della genealogia e ne esaltava la bellezza. Franzisca, quanto mai attraente, indossava una camicia bianca intessuta di pizzi ed un corpetto rosso che metteva in risalto il seno prosperoso. La sposa di Bustianu, più esile ma aggraziata, sembrava la classica madonnina dipinta nei numerosi quadri delle Chiese.

Gli sposi furono mandati avanti con gli uomini sia per controllare i luoghi in cui il corteo sarebbe passato sia la villa che li doveva ricevere, per non consentire loro di vedere le donne prima della loro entrata in Chiesa. Questa usanza, portata dai Lacon Gunale, si tramandava da generazioni ed Elena pretendeva che fosse rispettata, pena la sfortuna che si sarebbe potuta insinuare nelle famiglie.

La Chiesa fu addobbata di agrumi, corbezzoli e mirto. All’esterno un corridoio fatto di canne, tagliate la notte dal fiume, adornava l’ingresso. Tutti gli abitanti delle vicine ville si erano radunati sul sagrato ed in prima fila erano presenti i compaesani di Franzisca, cresciuta da quella parte del fiume. Da Portu Nonu arrivarono i parenti della sposa di Bustianu ed una piccola delegazione dei Lacon Gunale, provenienti da Civita, li aveva già raggiunti da qualche giorno.

Juanne e Bustianu furono accolti in Chiesa da padre Antine che indossava un talare solenne e, impazienti, aspettavano che arrivasse da lì a poco il corteo delle donne. I due giovani, d’indole buona e capaci di emozioni, fremevano nell’attesa. Entrambi si stavano sposando per amore e con le più buone intenzioni di costruire una famiglia prospera e serena.

L’arrivo del carro fu annunciato dal tocco della campana della Chiesa e, finalmente, passando fra le canne, arrivarono le due spose. Lamberto si affacciò sul portale e le condusse all’altare offrendo loro il braccio, una a destra e l’altra a sinistra. Padre Antine celebrò dunque la messa, non senza qualche tentennamento dovuto alla commozione. Circa due ore dopo, celebrato il rito ed espletate le formalità, le spose uscirono dalla Chiesa sottobraccio ai loro mariti. Il popolo li accolse festante distribuendo loro manciate di chicchi di grano.

Mintonia si sforzava di non piangere, ma come frenare la commozione nel vedere i suoi due figli, Bustianu e Zizza, (come lei la chiamava, considerandola più una figlia che non una figlioccia), sposarsi nello stesso giorno, con una cerimonia così solenne, con due compagni ideali ed in una giornata così tersa ed assolata nonostante l’inverno. Elena vedeva che cercava di sforzarsi, ma anche lei aveva gli occhi umidi e le si avvicinò per abbracciarla forte.

Poi Ubaldo si scatenò. Non appena vide Franzisca sottobraccio a Juanne le andò incontro e così sfogò la sua prima scenata di gelosia, cercando di allontanare lo sposo per riprendersi la sua preferita. Lamberto se ne accorse e scoppiò in una sonora risata, che trascinò nell’ilarità tutti gli altri. Le lacrime e la commozione lasciarono finalmente il posto alla gioia ed al riso.

I mariti risalirono in groppa ai destrieri e pretesero la compagnia delle mogli. Juanne non si era mai avvicinato a Franzisca perché ne rispettava profondamente la persona: finalmente si sentiva cingere dalle sue braccia, pensando che il suo cuore non poteva reggere a tanta felicità. Desiderava che il viaggio verso Pontes potesse durare in eterno, incapace di credere che quel piacere derivasse dal solo contatto con la sua donna.

Tutto il giorno fu un tripudio di cibo, vino e festa. Intorno al castello si radunò un popolo festante, immemore delle privazioni e della povertà. Per tutti vi era da mangiare e Lamberto esibì, qual generoso signore, le sue regalie e ricchezze. Per volere di Elena per gli sposi furono preparate due stanze nel borgo di Garteddi. Non volle che si potesse turbare la prima notte di nozze con schiamazzi e lazzi, a volte osceni, che il vino provoca negli uomini. Lei stessa si rifugiò con Ubaldo e Mintonia nel borgo: entrambe vollero rivivere con il ricordo la bellissima giornata, lontano dalle truppe festanti e dai popolani avvinazzati.

Juanne e Franzisca, verso l’alba, esausti dalla libidine e dall’appagamento si addormentarono, ma lei fu assalita da un incubo che la turbò, svegliandola. Emise un grido straziante mentre il marito si affrettava a consolarla. Franzisca sognò di partorire un bambino bello, riccio e paffuto che sorrideva al mondo appena incontrato. Mentre si deliziava per questo figlio partorito senza dolore, lo vide aprire la bocca ed ingoiare un uccello rapace che lo soffocava. Diventò dapprima paonazzo, poi sempre più viola, fino a scomparire e dissolversi nell’aria come una nuvola spazzata dal vento. Capì subito che la maledizione delle sue origini, che quella notte di magia sperava di dimenticare, l’avrebbe tormentata per sempre. Accolta e coccolata dalle calde braccia di Juanne si riaddormentò stremata.

Brano tratto dal libro "Storie nei castelli di Sardegna", di Franca Carboni


La scoperta di Jorzi


Jorzi avvistò il corpo in mezzo agli oleandri ancora fioriti, mentre all'alba andava a controllare se i pesci si erano degnati di abboccare ai suoi rudimentali ami, attaccati ad una vecchia cordicella lanciata dentro una pozza stagnante del fiume. Si spaventò talmente che temette di morire e provò a gridare, forse per svegliare il cadavere o forse per allontanare da sé le panas che lo volevano prendere. Nessun suono uscì dalla sua gola ma cominciò a correre per tornare velocemente alla villa di Torpee de S'Iscra de Garteddi dove c'erano i suoi genitori che potevano salvarlo.

Correndo come un disperato si stracciò i poveri panni trattenuti dagli arbusti di piracanta, si ferì i piedi ma niente poteva trattenerlo: la paura era più grande del dolore e del freddo in quella gelida mattina di dicembre. Torpee era presso l'ultima grande ansa del fiume che altre volte, prima di quel punto, tornava indietro, quasi indeciso se proseguire verso il mare. Per questo quella vasta zona era chiamata il Salt de Jurifai e partiva dal mare di Uruse (Orosei) spingendosi verso il sud oltre le falesie di Portu Nonu di San Giovanni su Lillu (CalaGonone) e all'interno sulle montagne sopra Loy (Lollove) fino ai confine del Goceano, nel giudicato di Torres.

Fu vicino al paese che il suono della sua voce cominciò ad uscire dalla gola, svegliando gli abitanti delle prime case che si affacciarono ancora assonnati ai pertugi che chiamavano porte e finestre. La capanna della sua famiglia era alla fine di una strada dissestata e maleodorante che percorreva tutta la villa, e Jorzi non rallentò fino a quando non l'avvistò nel tenue chiarore dell'alba.

La madre fu la prima ad affacciarsi ed appena vide il suo bambino correre disperato aprì le braccia per accoglierlo e metterlo in salvo. Non si era accorta che Jorzi fosse uscito, ma il figliolo sempre affamato ed un po’ vagabondo si allontanava spesso nel cuore della notte, per andare a controllare i suoi ami al fiume o le trappole per i conigli nella boscaglia. Le si stringeva il cuore a saperlo là fuori in mezzo a chissà quali pericoli, ma Jorzi era abile a schivare le minacce ed anche a procacciare cibo tanto per sé che per i suoi cari. Si era costruito anche un rudimentale arco con i rami del tasso (che flettevano meglio degli altri) aiutato dal nonno che gli insegnò a preparare anche le frecce appuntite ricavate dall'albero del pero, che intingeva nel succo della lue pestata.

Jorzi correndo sembrò quasi entrare nel corpo della madre, come se volesse tornare al momento antecedente al parto: mai la donna lo aveva visto così spaventato e tremante con il cuore che, battendo veloce, sollevava le povere coste che segnavano quel torace nodoso da bambino denutrito.

Ormai tutta la villa si era svegliata per il latrato dei cani spaventati dalle urla, e a loro si erano uniti i chicchirichi dei galli e i ragli degli asinelli alla corda dentro i cortili. Il babbo lo strappò quasi alle braccia della madre, e cercando di calmarlo gli chiese cosa fosse successo di così grave da allertare tuta la villa.

"È morto, è morto" riuscì a dire Jorzi, prima di accasciarsi stremato. Arrivarono dunque le guardie del vecchio spilorcio, che comandava con la sua cattiveria e con le sue ricchezze tutti i dintorni. Allertati dalle urla avevano cercato di svegliare il padrone bussando alla sua porta, e non avendo avuto risposta si precipitarono per strada. Il padre del ragazzino munse in fretta la capretta che belava impaziente, e dopo aver rifocillato Jorzi richiese il motivo del suo comportamento.

Forse le braccia della madre, forse il latte caldo appena munto o la presenza del padre, uomo forte e coraggioso, diedero al bambino la forza di spiegare che vicino all'ansa del fiume Caedris (Cedrino) vi era il corpo di un uomo morto, che non aveva riconosciuto temendo di avvicinarsi troppo.

Brano tratto da “Storie nei castelli di Sardegna” di Franca Carboni.


Monte Gonare



Lamberto Visconti, giudice di Gallura ed Elena de Lacon Gunale erano a Posada quando arrivò la notizia del possibile e temuto arrivo dei mori, avvistati al largo, in un tratto di costa poco più a sud del castello. Decisero di partire con tutta la corte. Sarebbero andati al Salt de Jurifai appena entrato a far parte dei possessi del Giudicato di Gallura dopo essere stato, per tanti anni, zona franca extragiudicale. Elena aveva espresso il desiderio di visitarlo ed anche lui, che ne conosceva solo una parte, aveva voglia di percorrerlo, per presentarsi ai signorotti locali e di valutarne dunque le potenzialità economiche e le eventuali necessità.

La distanza da Posada era breve ed il viaggio durò solo tre giorni, durante i quali arrivarono alla loro dimora: il Castello di Pontes nella curatoria di Garteddi (1). Ben difeso dai pericoli provenienti dal mare, aveva davanti a sé il meraviglioso panorama della valle, con le distese di prati ancora verdi perché irrigati, come se l'estate non fosse passata per quelle parti. Il fiume prima di arrivare al mare sembrava avere ripensamenti, creando anse a ritroso e per questo la zona si chiamava Salt di Jurifai (Salto del Giro). Dietro il castello il monte Tuttavista era il baluardo che si ergeva a proteggerlo dalle invasioni barbariche.

Il Salt di Jurifai traeva la sua importanza e peculiarità dal fatto che vi confluivano i confini dei quattro Giudicati (Arborea, Cagliari, Gallura e Torres) estendendosi verso il giudicato di Cagliari, lungo la costa più a sud di Portu Nonu San Giovanni (Cala Gonone) e fino al santuario della Madonna di Gonare all'interno; saliva poi oltre la villa di Loy (Lollove) fino al confine del Goceano, sfiorando dunque il Giudicato di Torres e quello di Arborea; infine risaliva a nord fino quasi a Posada accostandosi al Giudicato di Gallura.

Esiste una la leggenda che aveva sempre incantato Elena de Lacon. Gonario di Torres finì nel mezzo di una tempesta appena davanti alle coste di Uruse (Orosei), mentre tornava da un viaggio in Palestina (forse per intraprendere una crociata). Il mare era in burrasca e le onde si susseguivano implacabili mettendo a rischio l'intera flotta. Disperando di salvarsi si rivolse alla Vergine Maria chiedendole aiuto, e Nostra Signora gli apparve miracolosamente in uno squarcio tra le nubi. Allora comparve anche un monte conico isolato, utile per orientarsi verso la terraferma, salvando lui ed il suo equipaggio da morte certa.

Grato alla Madonna, Gonario decise, come promesso nella preghiera, di costruirle un santuario proprio sulla cima di quel monte, appunto, Monte Gonare (2). La Madonna gradì tanto l'omaggio del nobile signore che si degnò di discendere dal paradiso in Sardegna per visitare la Chiesa. Mentre saliva a piedi per l'erto sentiero della montagna si appoggiò contro un masso, per riposarsi dalla stanchezza. Esiste ancora quella pietra di granito, solcata da un incavo impresso dalle spalle di Nostra Signora e da uno, più stretto, dal braccio. Da allora i devoti si appoggiano a quel masso raccogliendo la polvere raschiata che pare preservi dai dolori alle spalle e guarisca dalle febbri.

Soddisfatta dal santuario la Madonna, mentre discendeva dal monte, incontrò Santa Barbara e le disse: “Barbaredda de Orzai, Ube tind'ana a ponner No nor bidimus mai! (Barbara di Olzai, dove ti hanno messo che non ci vediamo mai?) In effetti la Chiesa di Santa Barbara era stata edificata in una valle non visibile dall’alto, nonostante l'immenso panorama che offriva la cima del monte: dal mare di Bosa ad occidente al mare di Uruse ad oriente.

Elena avrebbe tanto desiderato visitare il santuario e portare con sé il bambino per farlo benedire dalla Madonna, ma Lamberto era preoccupato per il lungo e faticoso cammino necessario per raggiungere il monte. Si avvicinava la stagione delle piogge che in autunno potevano, in quei luoghi, diventare torrenziali, devastanti e pericolose. Per questo non promise alla moglie la visita sospirata.
Vedendola delusa le garantì di modificare il percorso che ogni anno li vedeva impegnati a visitare le terre del loro giudicato, alternando i luoghi dell'interno durante le torride estati a quelli della costa nei periodi autunnali e primaverili, e trovare così il tempo adatto per accontentarla. Ubaldo, il loro primo figlio, il prossimo autunno avrebbe avuto la forza di affrontare un viaggio più lungo.

Contava ora di farle conoscere le falesie intorno a Portu Nonu San Giovanni, da dove sbarcavano le merci che arrivavano dall'altra parte del mare. I carrulanti le trasportavano in parte lungo il sentiero di codula di Fuili (3) fino a Uliena (4), utilizzando la via d'ingresso delle popolazioni nuragiche passando per la valle di Lanaito. In parte risalivano la montagna più a nord per poi scendere attraverso i boschi meravigliosi che rivestivano le montagne e, passando per S'Abba Frisca (5) vicino alla villa di Cares (6) raggiungevano le ville sulla piana, e da lì verso Uruse o verso Loy. Apprestandosi alla costa Lamberto avrebbe potuto anche controllare di persona la veridicità della possibile incursione da parte dei Mori.

Brano tratto da “Storie nei castelli di Sardegna” di Franca Carboni.


Ubaldo di Gallura


L'autunno era stato dolcissimo, caldo ma ventilato, la corte di Lamberto Visconti ed Elena de Lacon Gunale aveva soggiornato al Castello di Posada e poi, ai primi di dicembre, era ritornata a Civita. Un piccolo brivido aveva assalito Elena al ritorno nei luoghi dove si era consumato il dramma di Dilicha, subito superato dalla vista di quei posti bellissimi e tanto amati. Ubaldo non aveva ancora compiuto l'anno ma era forte e vigoroso, cominciava a tentare sempre più spesso di sorreggersi sulle proprie gambe e si lanciava in avanti sulla sabbia di Pittulongu cercando il suo baricentro per procedere impavido verso la conquista dei primi passi. Le numerose cadute attutite dalla sabbia non lo frenavano a testimonianza del suo carattere indomito e avventuroso. Raramente piangeva e solo per un motivo valido.

Elena e Lamberto ne erano fieri e ognuno, a modo suo, sognava per lui un futuro radioso. Elena pregustava un lungo soggiorno a Civita desiderando che il bambino si innamorasse del suo mare per correre con lui sulla spiaggia e giocare insieme fino a sfinirsi. Quando erano partiti da Civita, l'anno prima, l'odiata balia era stata sostituita da due caprette e un'asina che pascevano nei prati succulenti intorno a Luogosanto. Il loro latte aveva lenito la ferita di Elena che non aveva potuto allattare il bambino per colpa della perfida Tilica e dato a Ubaldo vigore e salute. La malefica donna ed il Gallo dai capelli rossi erano stati processati e condannati per stregoneria, invero erano responsabili anche della morte della povera fanciulla ma non avevano commesso materialmente il delitto e la loro punizione era stata l'allontanamento dalla corte verso un monastero sperduto nel nord della Sardegna con l'obbligo di rendere i servigi ai frati che a loro volta avevano il compito di redimerli.

A dicembre, poco prima del santo Natale, il mondo si rannuvolò, non vi furono quelle giornate assolate, seppur fredde, che lasciavano spazio a passeggiate all'aria aperta e a gite al mare. Cominciarono le piogge fittissime con venti furibondi che facevano tremare il palazzo, tuoni e lampi squarciavano la serenità non solo delle donne della corte ma anche degli impavidi cavalieri spesso disarcionati dai cavalli terrorizzati durante questi continui ed interminabili finimondi. Nulla era più asciutto dopo giorni e giorni di pioggia, l'umido faceva tossire l'intera corte costretta al buio delle stanze e avvelenata dal fumo dei camini che non riuscivano a dissipare le esalazioni della legna fradicia.

Brano tratto da “Storie nei castelli di Sardegna” di Franca Carboni.


Il simbolo del giudicato



Un altro fatto turbò la pace di Civita: sulle mura che cingevano la villa vennero disegnati tanti galli, simbolo del giudicato, quanti erano i varchi di accesso alla piccola comunità. I galli erano colorati di rosso e non di nero come nello stemma, e sembravano pennellati con il sangue. Sotto ognuno di essi era tratteggiata con il carbone la croce di San Pietro, ovvero una croce cristiana rovesciata, considerata simbolo di Satana. Anche sul petto della ragazza era stata disegnata una croce rovesciata il cui braccio corto univa i due seni, mentre il braccio lungo saliva verso la gola: fu difficile cancellarla anche con l'acqua.

Tra questi tristi segni e con il cuore gonfio di oscuri presagi, Elena ammirava il bellissimo figlio Ubaldo nudo, mentre la fida Telica l’aiutava a lavarlo e vestirlo con la tunichetta di bisso che da sempre gli infanti della sua famiglia avevano indossato per esser presentati alla corte. Nessuno era felice, no, non per il neonato, ma per la macabra situazione e per la povera Dilicha che tutti sapevano essere tanto buona quanto pia e sin troppo giovane per avere colpe. Ittocor intanto suggeriva a Lamberto la tortura delle indiziate, ed il priore si dibatteva nel dilemma se consegnare o no al crudele indagatore il loro fratello Caralu.

La giudicessa Elena, troppo stanca per stare in piedi a lungo, era appena ritornata nel suo letto quando si accorse di alcuni movimenti, come una danza rituale, che Telica compiva intorno all'infante. Gliene chiese conto e prontamente ebbe la risposta: “Ho appreso i riti propiziatori per liberare dal male e dagli incantesimi i neonati mentre ero a Pisa. Mi furono insegnati da una maga proveniente dai paesi del nord: questo bambino ha bisogno di essere liberato dal pericolo della morte.”

Elena naturalmente gliene fu grata. Scopriva solo in quel momento che la fida serva non proveniva dalle Baronie, come lei aveva sempre creduto, ma arrivava da oltre il mare. L'aveva conosciuta nell'incantevole castello di Posada, quando con Lamberto avevano viaggiato quasi un anno per conoscere le ville e le fundamenta del loro giudicato. Tilica non l'aveva conquistata subito, appariva troppo riservata, quasi altezzosa per ispirarle fiducia. Tra l’altro le fu proposta da una ricca dama del luogo, che a lei non piaceva.

Brano tratto da “Storie nei castelli di Sardegna” di Franca Carboni.

Sinossi e breve biografia dell'autrice

“Storie nei castelli di Sardegna” è un viaggio ideale nell’isola del 1200, quando proprio i castelli costituivano le roccaforti che organ...